Verso il XIX Congresso della Democrazia Cristiana, dopo lo scioglimento nel 1994

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Centro studi culturali per l'
.IMPEGNO Politico dei CATTOLICI
Sede in Bologna, via Titta Ruffo 7

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NINO LUCIANI, Direttore responsabile*
Tel  347 9470152 - E-mail : nino.luciani@alice.it,

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* Professore Ord. di Scienza delle Finanze, olim Univ. di Bologna e Unv. di Roma "la Sapienza"

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Nino Luciani
http://scritti scelti

Comité de Patronage: Basile Michele, Bassoli Alberto, Bittoto Enrico, Catena Raffaele, Cavina Maria Vittoria, Crespi Adua, Toscano Giuseppe,
Luciani Nino, Marchetti Leonardo, Musghi Pierluigi , Pacioni Otello, Preziosi Michele, Pulvirenti Antonino, +Ricci Vincenzo

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del Consiglio Nazionale
Roma 27 ottobre 2018

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e Statuto vigente del 1984.

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Per il XIX congresso.
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Congresso 2012

Resoconto sul XIX Congresso Nazionale, Roma, 10-11 nov.  2012

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Gianni Fontana


ELETTO UN NUOVO SEGRETARIO NAZIONALE

On. le Avv. Giovanni Fontana
( con il 95,8% dei voti )

                                

                                   
                                     ANCHE ELETTO IL CONSIGLIO NAZIONALE
                                      Presidente: On.le prof.ssa Ombretta Fumagalli
                                      ( eletta con 49 voti su 80 del CN )

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Ombretta Fumagalli

    NOTA DI SINTESI. Al momento, la DC è ricomparsa "giuridicamente".  A riguardo degli uomini, essa e' quella del 1992, tale e quale in ogni senso (salvo pochi), ma con l'obiettivo dichiarato di far subentrare presto  le nuove generazioni.
    E' anche emerso necessario fondare la rappresentanza popolare non più sulle tessere, ma su indicatori oggettivi di impegno e di merito.
    Nel Congresso è prevalso il "partito delle tessere", secondo il Manuale Cencelli, imposto da alcuni "notabili", per la composizione del Con- siglio Nazionale, così da determinarne un impianto zoppo. Infatti, sono risultate rappresentate solo 12 Regioni, su 20 in Italia. In particolare, poi, tra le 12, a Marche ed Emilia Romagna è stato dato 1 rappresentante rispettivo, pur se a Campania 20, a Calabria 11, a Sicilia 9. 
 
Sui motivi di tanto "rigore" dei detti notabili, è ipotizzabile la preoccupazione di controllare future mosse per la ricerca del Tesoro della DC, scomparso, e di cui qualche "pierino" ha detto ... dal podio, ma ignorato dal tesoriere ( pur ricomparso dal podio degli intervenuti), successore diretto di Chitarristi, a suo tempo.

FONTANA : "Speranza per l'Italia e Volontà di ritrovare il cammino dei Padri, che ci hanno guidato per quasi 50 anni
senza  inganno, prima di cedere ad un declino che nessuno di noi immaginava, ma che è avvenuto per i nostri errori,
per i quali io qui, a nome di tutto questo  partito,  di tutti voi, chiedo umilmente e solennemente scusa a tutti gli Italiani".

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Dal XIX Congresso della Democrazia CristianaRelazione del Segretario Politico On.le Avv. Giovanni Fontana§Roma 11-12 novembre 2012

INSIEME ABBIAMO RICOSTRUITO L’ITALIA.
. INSIEME RIPRENDIAMO IL CAMMINO.

                            Gentili amiche e cari amici,
siamo qui, con umiltà ma anche con convinzione, per destinare qualche soldo di cultura, molta passione e tutto il piccolo o grande patrimonio della nostra non più verde età, a quanti vorranno vivere insieme con noi questa "impresa possibile": tornare ad attivare, nel cuore della società italiana, valori di tempi lontani ma non transeunti, e a testimoniare una più responsabile e lungimirante azione politica per il Paese.

I – IL TEMPO CHE VIVIAMO: DALLA CRISI ALLA RIPRESA
La crisi che, ormai da oltre quattro anni imperversa con i suoi tremendi effettifinanziari, economici, sociali, morali ma che già covava da molto tempo, ha spazzato via, ideologie, valori, tradizioni e culture; compresa quella componente storica di liberalismo illuminato che, attualizzata con saggezza, avrebbe potuto costituire la rivincita sulle ideologie che hanno bollato il ‘900 come un secolo anti-umano. Oggi, anche in casa nostra, domina invece, un liberalismo molto diverso: è un liberalismo cieco, un semplice "liberismo" economicistico distorsivo di ogni civile aspirazione a giustizia e solidarietà.
  Penso in concreto all’avidità di quel liberismo finanziario deragliato nell’avidità delle banche americane, trasmessasi poi come un contagio a livello planetario, compreso il nostro Paese. Oggi, negli Usa, esso è rintracciabile bene in posizioni come quella espressa da Mitt Romney, il quale, nel corso della campagna elettorale, aveva definito il 47% degli elettori di Obama fatto di parassiti che pretendono lavoro, casa e sanità.
Per un partito di ispirazione cristiana e di radici popolari, come è la Democrazia Cristiana, questo parlare dei poveri e dei deboli come parassiti è penoso. In Italia questi "parassiti", cioè i poveri delle vecchie e nuove povertà, ingrossano le loro file inglobandovi anche persone dei ceti borghesi che frequentano le mense della Caritas e condividono con i barboni un dramma che non trova la solidarietà cui avrebbe diritto anche da parte dello Stato che tale "liberismo" ha ritenuto di sposare.
Questi poveri, in genere, non frequentano gli indignados ma, a noi che li vediamo con i nostri occhi, imprimono aghi profondi nella coscienza: interpellano il nostro aver tradito, talvolta, in passato, il popolarismo cristiano e l’idea democratico-cristiana. Ma, soprattutto, ci sollecitano, essi poveri, a non restare più oltre incerti nel riprendere una iniziativa di forte solidarietà e giustizia, anche in politica.
Il fatto è che mentre l’orizzonte delle possibilità umane si è venuto immensamente allargando, in questi venti di assenza della Democrazia Cristiana dallo scenario politico, il pensiero, la cultura, la tradizione, si sono invece venuti ritraendo: uno spazio di grigiore è oggi sopra di noi, davanti a noi e in mezzo a noi. E noi sembriamo quasi costretti a rifugiarci nella memoria delle cose positive e dei maestri che abbiamo conosciuto e frequentato in passato, come a cercare qualcosa e qualcuno, che ci aliti una rinnovata speranza e ci suggerisca un itinerario su cui riprendere a camminare con lena. Su questo oggi siamo chiamati a riflettere e a decidere.
Sappiamo che la società ci guarda, mentre riprendiamo nelle mani questo barlume di speranza e scrutiamo dentro di noi il cosa possiamo fare, il come operare di nuovo con specificità, competenza, visibile affidabilità. Per noi, questo rinascere, questo, quasi, re-indossare i pantaloni corti in età non più giovane, è come un secondo battesimo al quale volontariamente e umilmente ci accostiamo per non essere ulteriormente in balia della rassegnazione e della disillusione, per non smarrire il filo di un vecchio cammino che abbiamo già percorso e che ebbe risultati anche grandi per il nostro Paese: fin dal dramma della guerra e dal regime rovinoso che l’ha preceduta, le cui macerie di distruzione e di morte hanno permesso il generarsi del risorgimento dei nostri Costituenti.
Un risorgimento costruito insieme al popolo, per un credito di libertà e di giustizia nella democrazia e nella solidarietà sociale, cui abbiamo saputo consegnare conquiste che avrebbero meritato una più duratura e fertile vita.
Ma, oggi, non vogliamo celebrare gli eroi morti né le conquiste finite: agli eroi che ci sono stati padri siamo debitori di quanto abbiamo imparato, e l’onesto debitore paga continuando i loro atti testimoniali. Così è stato fatto, sostanzialmente, da De Gasperi Moro: ci accorti, tuttavia, a questo punto della nostra storia, di quanto fosse impegnativa quella eredità, e difficile da gestire. Oggi ci sentiamo ancora fragili nel riprendere in mano tale patrimonio che, in una parola, è il talento di governare fondata su radici di forte penetrazione popolare, sociale, cristiana, non solo difficili da estirpare ma anche molto esigenti in termini di coerenza personale: insomma una della politica aderente alla vita e non della vita aderente alla politica.
Ci sentiamo, nello stesso tempo, decisi. Il concetto di inserire le classi popolari nello Stato, la moralità dei comportamenti di gestione della cosa pubblica, la fermezza di una laicità che per noi non significa confusione, né separazione, né equilibrismo, ma cosciente responsabilità dentro la città dell’uomo, sono valori che desideriamo nuovamente testimoniare con forza. Sapendo bene, come sapevano i padri, che la politica è servizio che usa con competenza il potere per conto di chi ci ha delegato al potere e della comunità cui il potere appartiene.
Sia ben chiaro, a noi e ai giovani cui parliamo, che non si può essere posseduti dal potere: niente di umano può possedere l’uomo, né potere, né denaro, né cultura, senza che sia rovinoso. L’uomo è per l’altro uomo, perché chi possiede la nostra vita è soltanto Dio. Anche il politico deve ricordarlo ogni giorno.
In questa concezione della politica, la mediazione degasperiana e anche quella morotea, è sempre stata all’insegna di cercare punti di contatto con chi camminava su strade diverse. E oggi il dialogo, la ricerca di accostarsi all’altro in nome di una sempre rinnovabile unità costruttiva del Paese, è ancora indispensabile non solo per evitare guerre ideologiche tra le parti, l’ostinata condanna dell’altro, ma anche per affermare un dialogo che non sia galateo di comportamento bensì rispetto profondo della persona umana che occupa il suo posto nella società.
Bisogna liberarci dalla distruttiva posizione espressa dall’aforisma di Sartre "l’inferno sono gli altri". Per noi gli altri sono la nostra famiglia e la nostra comunità solidale, anche quando ne percepiamo limiti ed errori, dai quali del resto neanche noi siamo immuni. Per noi conta avere davvero nell’anima il bene comune.
Spesso ci si libera dalla propria difficoltà accusando l’altro: siamo tutti innocenti e l’altro è il corrotto; non risolviamo i problemi: la colpa è dell’eredità lasciataci da chi c’era prima di noi. Senonché la dialettica politica che dà frutti positivi è fatta di dialogo ininterrotto la cui esemplarità non poggia su un "io" prepotente e sicuro, privo di prossimità con l’altro.
In maniera forse un po’ ingenerosa, e me ne scuso, provo l’impressione che questa situazione di debolezza-incapacità suggerisca, nella situazione politica italiana, i nomi rappresentativi di Alfano, Bersani e Casini, i quali non trovano la via d’uscita per concordare una buona legge elettorale. L’ABC citato dovrebbe invece suggerirci un alfabeto della democrazia del dialogo permanente; un dialogo formale e informale, capace di valorizzare ogni spunto positivo da chiunque dei tre venga proposto, anzi semplicemente da chiunque venga proposto.
Noi dobbiamo avere soprattutto la prossimità con chi non ha tutori ed è alla periferia della rappresentanza politica e sociale, come chi abbandonato dalle istituzioni è soccorso dalla carità ma aspetta di essere soccorso per atto di giustizia creduta e praticata. La giustizia infatti è un concetto anche pre-cristiano; fu già celebrata nell’antica Grecia e poi esaltata fino all’utopia marxista, oltre che espressa e documentabile nella impostazione sociale della fede cristiana. Per questo noi, critici verso la teologia della liberazione per i suoi eccessi privi di utilità, siamo sinceramente impegnati in una autentica politica della liberazione, che può trovare energie concordanti in mondi di buona volontà che vanno anche oltre l’universo dei credenti. Una politica della liberazione, soprattutto, nei confronti dei gruppi sociali meno abbienti e in varia misura emarginati.
In Italia, dopo la cosiddetta "prima repubblica", c’è stata una enfatizzazione di entusiasmo per il sorgere di una "nuova politica" annunciata come liquidazione del passato e progettazione di un nuovo modello. Un nuovo modello capace, si diceva appunto, di "liberarci" da pesantezze e inadeguatezze del passato. In questo tentativo furono coinvolte anche personalità di buona cultura e di buoni intendimenti – penso ad esempio a Melograni, Urbani, e molti altri – che concepirono un cammino di lineare onestà in ottica di rivoluzione liberale, cioè di liberazione: lo Stato di diritto e lo Stato dei diritti, la legalità, le scelte selezionate dei candidati alla guida del Paese.
Ma a lungo andare - non molto lungo, a dire il vero – il progetto manifestò qualche prima crepa e poi, con frequenza crescente, crepe e crepacci fino ala caduta dell’edificio. Il fenomeno Berlusconi non poteva resistere al peccato di origine del suo populismo: in realtà una deviazione del concetto di popolo sovrano e partecipante.
E’ stato un populismo bisognoso di carisma da ubbidire più che da condividere, di fedeltà di militanti più che di lealtà di compartecipi, di una capacità di comunicazione politica che accetta di recitare promesse impossibili più che impegni reali. Ne ricordiamo una fra le molte: Meno tasse per tutti; una promessa  che, così scriteriatamente espressa, tradurrei nell’espressione "evasione per tutti", che ne è l’effetto pratico

Silvio Lega:
"No a una
DC, partito".
.
"Sì a  DC,
movimento"

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Silvio Lega


Membri


del Consiglio Nazionale

Calabria Barbuto Nicola
Calabria Colavolpe Salvatore
Calabria Cupi Vincenzo
Calabria Donato Angelo
Calabria Nisticò Giuseppe
Calabria Oliverio Caterina
Calabria Ripepi Massimo
Calabria Squillace Francesco
Calabria Straface Antonio
Calabria Vazzana Carmelo
Calabria Deseptis Fiorella
Campania Boffa Aldo
Campania Brancaccio Valeria
Campania Cirino Pomicino P.
Campania Cuofano Pasquale
Campania Della Corte Giovanni
Campania Ferraiuolo Luigi
Campania Ferraro Roberto
Campania Fiorenza Nazzareno
Campania Grippo Ugo
Campania Nunziante Maurizio
Campania Pelosi Daniele
Campania Picano Angelo
Campania Polizio Stanislao
Campania Ravaglioli Marco
Campania Rodondini Vincenzo
Campania Scala Raffaele
Campania Troisi Nicola
Campania Bocchio Isabella
Campania Lombardo Maria R.
Campania Mazzitelli Giovanni
Emilia Duce Alessandro
Lazio Alfano Giulio
Lazio Darida Clelio
Lazio Di Sangiuliano Giuseppe
Lazio Marinangeli Alessandro
Liguria Adolfo Vittorio
Liguria Faraguti Luciano
Liguria Gaggero Gergio
Liguria Tanzi Carla
Liguria Gallina Gabriella
Ligurìa De Gaetani Gian Renato
Lombardia Abbiati Achille
Lombardia Baruffi Luigi
Lombardia Cazzaniga Sergio
Lombardia Cugliari Emilio
Lombardia Donato Salvatore
Lombardia Fumagalli Ombretta
Lombardia Generoso Serafino
Lombardia Ravelli Roberto
Lombardia Galli Anna Maria
Lombardia Soncina Greta
Marche Morgoni Vinicio
Piemonte Aceto Piero
Piemonte Brustia Adelmo
Piemonte Deorsola Sergio
Piemonte Lega Silvio
Piemonte Mazzucco Francesco
Piemonte Mussa Fabrizio
Piemonte Sartoris Riccardo
Piemonte Pavesi Negri Gabriella
Puglia Cattolico Antonio
Puglia De Leonardis Giovanni
Puglia Di Giuseppe Cosimo
Puglia Donatelli Francesco
Puglia Fago Antonio
Puglia Lisi Raffaele
Puglia Palermo Francesco
Puglia Roberto Erminia
Sicilia Alessi Alberto
Sicilia Brancato Antonino
Sicilia Caponetto Francesco
Sicilia Cappadonna Michele
Sicilia De Vito Bruno
Sicilia Grassi Renato
Sicilia Pulvirenti Antonio
Sicilia Torre Carmelo
Sicilia Di Quattro Maria G.
Toscana Bindi Marco
Toscana Camaiti Maria Pia
Toscana Pizzi Piero
Toscana Puja Carmelo
Veneto Bonalberti Ettore
Veneto Bontorin Fulgenzio
Veneto Bottin Aldo
Veneto D'Agrò Luigi
Veneto Fregonese Silvio
Veneto Malvestio Pier Giovanni
Veneto Milani Luciano
Veneto Zanforlin Antonio
Veneto Panin Maria Grazia
Veneto Zanferrari Gabriella
Cons.Reg. Nucera Giovanni
Deputato Gargani Giuseppe

_________
TOTALE

______________________
                  94

NINO LUCIANI, Il Commento.

1.- Premessa. Il XIX Congresso della DC (il XVIII fu il 17 febbraio 1989), celebrato a Roma il 11-12 novembre 2012, ha mostrato due facce:

a) un Congresso ufficiale, in cui vedevi:
  - un Segretario Nazionale (On.le Avv. Giovanni Fontana), 68 anni, uomo buono, colto, di grande sensibilità, largo di vedute, acuto nel vedere il granello "significativo", un discorso durato due ore. Mi sono ricordato il livello e gli svolazzi di Aldo Moro;
  - una sala stracolma ( la sala della Confindustria, a Roma, non meno di 1000 persone, inclusi gli invitati), gente semplice carica di valori, che ha seguito attentamente il Segretario, lo ha applaudirlo ripetutamente a scena aperta, e anche interrotto con "parole" di enfatizzazione di singoli concetti.

b) un congresso nelle segrete stanze, dove veniva contrattata e redatta la lista dei candidati (80) al Consiglio Nazionale. Qui vedevi un andirivieni continuo di notabili e di chiamati e mettere la firma di accettazione della candidatura.
  Chi erano questi "notabili" ? Erano i notabili dell'ancien règime, quelli del partito delle tessere. Non ho motivo togliere un solo capello di stima alle singole persone elette. Ma avendo, alcuni "notabili", imposto il Manuale Cencelli per le candidature regionali, ne è uscito un impianto complessivo di Consiglio Nazionale, zoppo per la DC. Su 20 Regioni, solo 12 hanno ottenuto la rappresentanza. E delle 12, Marche e Emilia Romagna è stato dato 1 solo rappresentante, rispettivo (anzi quello dell'Emilia non è stato indicato dal gruppo della E.R., ma dai "notabili").
 
   E' offensivo definire i "notabili" come "partito delle tessere" ? L'On. Paolo Cirino Pomicino, che ha fortemente condizionato il Congresso, mi ha chiarito che, pur con qualche ombra, il fondare (sulle tessere) la rappresentanza del popolo democristiano è il modo più democratico.
   Ma chiunque io incontrassi per strada (fuori dal Congresso, e dappertutto in Italia), e gli raccontavo che è stato applicato il Manuale Cencelli, lo vedevo andare in escandescenze. Tutti hanno, infatti, ben presenti i fatti che originarono un "declino inimmaginabile della DC" (parole della Relazione del Segretario), e che si impose perchè la DC  non trovo' la forza di auto-pulirsi.
   Al contrario, in Germania, vicende simili (a carico del Cancelliere Helmut KOHL) furono risolte velocemente: mandato a casa senza complimenti, pur avendo grandi meriti politici verso la Germania (unificazione) e verso la Unione Europea (Euro). E infatti la DC tedesca è ancora in parlamento, e oggi al Governo.
   Credo che, per l'Italia, l'esempio tedesco vada applicato rapidamente, senza scusanti.
  Approfondiamo questa ricomparsa dei "notabili", dacchè la allora umiliazione della DC (a prescindere che si tratti di un partito o di altro partito) pare, ancora nel 2014, uno scotto insufficiente.
   Ma, da altra parte, mi è sembrato molto potente e condiviso dal popolo dei congressisti il comune sentire dei valori, e l'entusiasmo, intorno al Segretario Fontana.
   Questo è un buon viatico per l'ottimismo nel futuro. Il mezzo, per essere vincente, potrebbe essere di fondare la rappresentanza su cosa diversa dalla "tessera": su questo torno più avanti.

2.- Distinzione tra una DC di interessi legati al potere politico e una DC di valori cristiani e laici liberali.
 
a) Premessa. Il fatto che la DC, come un qualsiasi partito si possa proporre nel 2014, è fuori discussione, come diritto costituzionalmente garantito a chiunque.
   Ma il punto da affrontare in premessa è altro: chiarire se, mancando nel parlamento italiano (ed europeo), un partito dei cristiani (cattolici, ortodossi, protestanti, giudei) e dei laici liberali (cosa diversa da un partito cattolico, subalterno alla Chiesa Cattolica), venga a mancare in Italia un pezzo di storia, una pietra miliare.
   La stessa domanda mi sono fatto per il PCI (diciamo per i due grandi partiti del Socialismo italiano), scomparsi nel 1992.
   Non ho risposte certe. Ritengo, però, che, dopo il venire meno della DC e del PCI (e del PSI) nel 1992, in Italia è venuto meno lo Stato, e ci siamo trovati nelle mani di partiti senza il senso dello Stato, con grave danno per la coesione sociale intorno alle grandi idee alternative, su cui fondare il governo del Paese.
   La via verso l'alternativa tra due grandi partiti nazionali è un percorso che non inizia da zero e lo vediamo nel fatto che il PD si pone alternativo al PDL (a parte se l'inserimento dei nostri giovani nella dialettica politica varra'   a riabilitarli o a disintegrarli, rispettivamente. Mi riferisco  a Beppe Grillo, a Matteo Renzi e a tanti altri giovani comparsi di recente sui mass media).

 
b - No a una DC, che produce germi corruttivi, tipici delle dittature. In generale parlando, una dittatura non è forte primariamente per il potere di polizia o dell'esercito. Ne sappiamo qualcosa, in Italia, senza bisogno di guardare alla Tunisia, alla Libia, alla Siria. Il potere dittatoriale, dopo il primo colpo di mano (magari militare), cerca di catturare il consenso sociale con vari privilegi a "parte della popolazione".
   Poi, quando nel seguito, la dittatura fosse contestata, saranno costoro a sostenerla, per non perdere privilegi.
   In questo senso la tessera, legata ai poteri, è il germe corruttivo della dittatura dentro la società civile.
  
3.- Una ipotesi che può spiegare il ritorno del partito delle tessere. La DC non è oggi un partito di potere, per cui è difficile spiegare questo ritorno del partito delle tessere.
   Nelle nuove condizioni, la via, più naturale per creare la nuova rappresentanza, pur se collegata giuridicamente agli iscritti del 1992, doveva essere di ripartire la rappresentanza proporzionalmente al lavoro da fare nelle Regioni: ad es., in proporzione alla popolazione regionale.
  Poi, dopo le prime elezioni (con scudo crociato), si potrà anche premiare il merito dei dirigenti locali, ad es. ripartendo, in parte, i posti sulla base dei voti riportati nei Consigli Comunali della Regione.
  
Ma non è andata così. E allora perchè tanta "diligenza" di "alcuni" notabili nella ricerca di "tessere del 1992" ?
  Una ipotesi plausibile è collegarla ad una "ombra" vagante nella sala del Congresso, quasi la "ombra" un morto (ma che "morto" non era, aveva detto la Cassazione).
  L'ombra era un pensiero fisso al "Tesoro della DC", scomparso a suo tempo, su cui qualche "pierino" ha anche fatto domande dal podio.
  Forse qualcuno ha la mappa del luogo del tesoro, come i briganti della "Isola del Tesoro" , il romanzo di R. L. Stevenson.
   Ipoteticamente, potrebbe trattarsi di qualcuno che vuole rintracciare il Tesoro per mettervi le mani sopra, o di qualcuno (cosa più probabile) che punta a sciogliere il partito della DC, e crearvi un successore , come si fa per le moderne società di capitali (far sparire i debiti, e ricominciare da capo).
  
Perchè il Tesoriere, che è successore diretto di Chitarristi, non ha fatto chiarezza su questo "Tesoro" ?  La domanda è ineludibile, prima o poi.

tendenziale;  mentre responsabilità davvero sociale e liberante avrebbe dovuto dire: Tasse eque per tutti nella trasparenza assoluta, pubblica, permanente, del loro utilizzo. Così, se dopo "tangentopoli" abbiamo conosciuto la fine della "prima repubblica", non molto tempo dopo abbiamo dovuto constatare anche il rapido crollo della seconda. Sono, a questo proposito, sollecitato a insistere sulla importanza di una memoria storica positiva e fertile, e penso che in tal senso la relazione Costituzione-democrazia-partecipazione-rappresentanza-solidarietà sia l’"impresa impossibile" che siamo chiamati a far diventare possibile. Dimenticata la Costituzione, inquinata la democrazia, tra populismo e nuove forme di ribellione politica e di protesta antipolitica, traballante l’impalcatura delle istituzioni dove la corruzione e la malversazione sembra assurta a prassi quotidiana accettata, la rappresentanza pare impigliata in una rete che non pesca qualità adeguate ad affrontare il dramma della crisi che stiamo vivendo.
Il mondo ci guarda, l’Europa ci osserva ed anche l’anti-europeismo cresce, mentre strisciano venature di neo-nazionalismo: in un paese dell’Abruzzo sono stati multati coloro che cantavano "Bella ciao"; in altri paesi di diverse regioni sono state aperte strade intitolate a vecchi gerarchi fascisti; ci sono monumenti della rimembranza e sacrari di "eroi" della guerra in Etiopia; e altro e peggio. Segnali che ci pare non possano essere tollerati ma, prima ancora di essere combattuti, vanno profondamente analizzati.
E’ stato detto per paradosso che oggi, se qualcuno si sognasse di fare un’Opa sull’Italia, l’asta andrebbe forse deserta: eppure l’Italia è tutt’altro che da rottamare; la ricchezza privata assomma almeno a ottomila miliardi, il made in Italy è vivo e richiesto ampiamente, il turismo richiama ancora un flusso ininterrotto di visitatori, le riserve auree sono solide, il reticolo delle piccole imprese è tuttora quasi unico al mondo, molte nuove microimprese sorgono anzi per iniziativa di giovani, e testimoni di vita esemplare circolano fra noi, li vediamo nel nostro quotidiano muoverci tra le strade e i luoghi di lavoro.
Questa è la riserva sana del Paese reale: e allora le due Italie, quella dei poveri, dei disoccupati, dei precari, dell’Alcoa e dell’Ilva, e quella che, dall’altro lato, rappresenta la parte non toccata dalla crisi ma pensosa del futuro e desiderosa di assumersene la responsabilità, chiedono insieme una politica di nuova adeguatezza testimonial, per una speranza di più lunga gittata.
La Democrazia Cristiana sceglie di farsi carico di questa speranza non già seminando al vento promesse che non si possono fare, ma affidandosi con onestà e fattività a nuove generazioni e ad antichi valori, come chi passa un simbolico testimone degli anni gloriosi della ricostruzione e dei partiti politici che seppero camminare con passo sicuro e adeguato alla gravità dei problemi da affrontare.
Se questo è il quadro che ci è dato vivere, quale è la nostra specifica responsabilità? Il nostro compito è quello di riaprire lo spazio della speranza e della concretezza operosa per una testimonianza di impegno politico che riprenda i valori della nostra storia popolare e democratico-cristiana e sappia liberarli a una nuova luce e a una nuova capacità realizzativa.

II - PERCHE’ DC
Una volta finita, anche malinconicamente, l’esperienza della Democrazia Cristiana storica, avevamo sperato che la memoria collettiva del Paese avrebbe conservato i grandi meriti del partito di De Gasperi e Moro e compreso gli errori di percorso della sua ultima fase. Avevamo sperato che da quella grandiosa e umiliante esperienza, il Paese, i suoi cittadini di buona volontà, avrebbero imparato molto. E avrebbero imparato anche dalle esperienze degli altri partiti che si andavano consumando come il nostro, dopo quasi mezzo secolo di vita repubblicana grande ma anche, spiritualmente, ormai prosciugata nelle anime delle classi dirigenti.
In modo più specifico, avevamo sperato che sulle ceneri del nostro lavoro avrebbero potuto sorgere due grandi partiti moderni, uno di centrosinistra ed uno di centrodestra, uno di spinta progressista e uno di moderazione liberale, capaci di ereditare il lato migliore di quella storia e di darci la fase adulta e compiuta dell’Italia: un Paese solido e serenamente capace di governare la propria crescita nella partecipazione e nella solidarietà.
Avevamo sbagliato questa previsione. In effetti, senza far torto alla presumibile buona volontà di tanti singoli, ci sentiamo di dire che le nostre attese sono state totalmente deluse.
Non è nato un partito democratico di centrosinistra capace di amalgamare il grande messaggio popolare e solidale della DC con l’altrettanto importante anelito di giustizia distributiva dello storico Partito Comunista: due anime che mai si sono fuse nella armonica capacità di generare un partito di alta cultura sociale riformatrice. Lassismo nell’impegno di rinnovamento del pensiero, sottovalutazione dei fattori di complessità emergenti sulla fine del secolo appena trascorso, preoccupazioni contingenti di equilibri fra gruppi, fretta di successi elettorali contro avversari aggressivi e sicuri di sé … Forse qualcosa di tutto questo ha giocato un ruolo nefasto: e ha generato la prima delusione per le speranze di una responsabile democrazia dell’alternanza.
Sul versante del centrodestra le cose sono andate anche peggio: insieme alla mancata maturazione di una classe dirigente degna di questo nome, si è realizzato lo sfacelo educativo e morale di una politica ridotta a messaggio di marketing dell’effimero in ogni sua manifestazione. Le poche persone di sincero pensiero elaborante le abbiamo viste progressivamente lasciate ai margini dei luoghi decisori; la leadership carismatica l’abbiamo vista ridotta a una inquinante commistione di aziendalismo privatistico con libertinismo diseducativo; la linea programmatica sottomessa a una dominanza economica che si è rivelata esasperatamente finanziaria e speculativa. Ed è stata la seconda delusione.
Infine il centro. Nella zona che sul piano ideale avrebbe avuto le condizioni più adatte a preservare anche una quota decisiva del messaggio storico della Democrazia Cristiana, si è palesato il protagonismo di un partito che di fatto non è mai riuscito ad aggregare né tradurre in politica organica alcun pensiero. Un improduttivo oligarchismo che non ha mai respirato l’ossigeno impegnativo ma anche corroborante di una partecipazione davvero popolare. Ed è stata la fine di una ulteriore speranza. Tacciamo, da ultimo, di quanti, piccolissimi gruppi che non è appropriato chiamare formazioni politiche, hanno cercato di insinuarsi, anche con buona volontà almeno iniziale, in questo gioco ormai senza radici e senza prospettive, e del tutto più grande delle loro possibilità. La idea di una "Italia dei valori" è diventata un dipietrismo che oggi palesa anche nelle aule giudiziarie la confusione deleteria fra partito di cittadini e gruppo personale; un grillismo che anela lodevolmente a far emergere con forza la voce di chi dall’estrema periferia dell’elettorato reclama il suo diritto a essere ascoltato, ma finisce in una protesta amebica incapace di tradursi in risposta collettiva e nazionale ai problemi collettivi e nazionali; una sparpagliata ex sinistra estrema, che a merito della sua annosa agitazione può vantare soltanto il risultato di aver fatto cadere un governo Prodi che pure testimoniava uno sforzo sincero di ricollegare la politica con il sentimento della gente; i resti di una gruppuscolare destra riottosa che avendo trovato spazio risibile nella effettiva determinazione degli orientamenti politici del Paese si è trovata a dialogare - contraddizione finale e quasi irridente - con il leghismo separatista; il quale a sua volta non ha tardato a testimoniare la miseria morale che ne attanagliava le intenzioni e i comportamenti, anche negli uomini che avevano fatto consistere l’unica loro bravura nel rimproverare agli avversari i medesimi comportamenti.
Le sorprese più recenti sono Montezemolo, Riccardi, Bonanni e tante personalità della società civile che hanno elaborato il loro manifesto: non un partito, non un movimento: un mondo di proposte politiche, una realtà dopo tante delusioni, una specie di gruppo di pressione fattosi coscienza critica del potere: un patto per una nuova politica. Più che notabili, uomini di rango: non pensiamo che abbiano qualche piccola venatura di popolarismo.
Il risultato è che non c’è classe dirigente, oggi, nel nostro Paese, non c’è un pensiero espresso dalla politica sul suo futuro, non c’è una cultura di gestione e non c’è una consapevolezza valoriale. Fino al punto che si è dovuto ricorrere all’espediente, legittimo e onesto ma tremendamente allarmante, di un governo tecnico incaricato del puro e semplice ritorno a una normalità minima che di fatto è solo la normalità della gestione formale del bilancio dello Stato. Questo è infatti in sostanza il governo Monti, nonostante la buona volontà di diversi suoi esponenti e nonostante la indiscussa competenza e correttezza dello stesso Presidente del Consiglio, il quale, in un quadro così difficile, è riuscito comunque a restituire al mondo una immagine più credibile e affidabile del nostro Paese.
Ed è per un atto di consapevolezza piena, e di buona volontà responsabilizzatrice di fronte a tanto scempio e a tanta ombra sul futuro, che noi oggi siamo qui, a pensare in termini di ripresa dell’azione della Democrazia Cristiana per l’Italia. Oggi, siamo convinti che l’Italia abbia più che mai necessità di "democrazia cristiana": con la lettera minuscola e, insieme, con la lettera maiuscola.
Con la lettera minuscola, come sostantivo e aggettivo, nel senso che questo nostro Paese ha bisogno di riconquistare democrazia vera e partecipata: solo così la politica può giustificare il suo potere, le sue contese.
Attorno al ludibrio della vigente legge elettorale si è ridotta infatti quasi a zero la pratica della democrazia e della relativa motivazione degli animi nella scelta della classe dirigente; e ha bisogno di cristianesimo ispiratore, vissuto con coerenza per il bene della "città dell’uomo" che ci è affidata: di cristianesimo come lievito di valori che torni a fermentare una società in cui la centralità non sia più quella della finanza che domina l’economia e dell’economia che domina l’impresa costringendola a non essere una comunità di lavoro per inseguire un concetto di business eretto a mostro totemico contro la dignità della persona sancita dalla Costituzione ma anche dal semplice diritto naturale.
Neanche il diritto naturale può infatti concepire il licenziamento collettivo di migliaia di persone attraverso una e-mail spedita da migliaia di chilometri per effetto di una notizia battuta in un nanosecondo sulla diminuzione di valore della quotazione di un’impresa, in un mercato finanziario distante a sua volta migliaia di chilometri. Questa "efficienza capitalistica" reputiamo, senza mezzi termini, sia figlia del Male, Uno strumento di peccato, come recita la "Populorum progressio", radicalmente incompatibile con la nostra visione di umanesimo e di personalismo, che all’abbrivio del ventunesimo secolo, riproclamiamo, entrambi, come permanentemente nostri; e che sono la semplice, grande ed impegnativa eredità lasciataci dalla Dottrina Sociale della Chiesa e dall’idea democratico-cristiana.
Entrambe ci hanno lasciato ben diverso insegnamento: dalla Rerum Novarum alle successive encicliche sociali, da monsignor Ketteler ad Antonio Rosmini, dalla Scuola di Friburgo al Codice di Camaldoli, dal Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa alla Caritas in Veritate, questo insegnamento ci parla costantemente e puntualmente della liceità del mercato ma anche del suo necessario ancoraggio a finalità morali, di diritto indiscutibile a condividere i frutti dell’impresa fra tutti, di salario di dignità per ogni famiglia, di illiceità della pura rendita e della pura speculazione …
Ebbene, c’è necessità che più democrazia cristiana, con questa lettera minuscola, trovi al suo servizio, con forza, lucidità, sincerità morale, capacità tecnica, accortezza politica, una rinnovata Democrazia Cristiana con la lettera maiuscola: c’è necessità che una grande associazione di cittadini "liberi e forti" torni a generare una politica alta secondo la "nostra" Costituzione; "nostra" perché ispirata proprio dal pensiero democratico cristiano, da De Gasperi e Dossetti, da Gonella e La Pira, da Fanfani, Moro e Lazzati, e di nuovo indietro, nei principi di riferimento, fino a Sturzo e Grandi e Miglioli e altri. E la faccia diventare politica di rinnovamento potente e di rinfrancata solidarietà, di centralità del lavoro e della impresa come comunità di lavoro, di processi formativi capaci di rinforzare valori di libertà e di solidarietà fattiva: insomma, di comunità solerte e rasserenante per tutti.
L’Italia è infatti una comunità, innanzitutto; non una società per azioni ad azionisti dispari, bensì una comunità di cittadini e persone che hanno uguale dignità, servite da istituzioni fatte da tutti e da tutti partecipate, con una economia al servizio di tutti e da tutti realizzata. E con le giovani generazioni come primo tesoro da far crescere secondo responsabilità e autorealizzazione.

III - UN PROGETTO DI VALORI
Non temiamo la sfida perché, più tipicamente di ogni altro partito, la Democrazia Cristiana possiede nella sua ispirazione valoriale una visione adatta a questo obiettivo totale: totale nella sua pregnanza interna ed anche nella sua potenzialità diffusiva oltre il nostro Paese, nella più vasta comunità costituita dall’Europa, dal Mediterraneo, da un mondo che si è fatto sempre più villaggio comune; ricordo, fra l’altro, che di "internazionale dei democratici cristiani", con questo spirito diffusivo e pregnante, si parlava già fin dai primi del ‘900 fra i cattolici che, prima ancora che germogliassero il Partito Popolare Italiano e la Confederazione Bianca del Lavoro costituivano i primi nuclei democratico-cristiani.
Ponte mediterraneo e crocevia planetaria, l’Italia può tornare a essere, non solo nei traffici economici, un Paese al quale il mondo può guardare come a una sua casa simbolica di riepilogo collaborativo e di sintesi valoriale. Se la sede romana della Chiesa cattolica rappresenta questo valore dal punto di vista religioso, la Roma precristiana e l’Italia universalistica di Dante e del Rinascimento possono rappresentarlo dal punto di vista della unità tendenziale degli aneliti di realizzazione umana complessiva; e il grande messaggio che da Rosmini passa a Sturzo, a De Gasperi, a La Pira, a Moro, può rappresentarlo per il cammino di una città terrena che sappia condividere il benessere, frutto della fatica comune, fra tutti gli uomini in questo ventunesimo secolo ultraveloce e ultracomplesso.
Essere custodi attivi di questo patrimonio esige d’altro lato che la forma e la concreta gestione quotidiana del Paese, e la stessa modalità di essere e di operare come partito, abbiano connotati di qualità alta.
I capisaldi di una tale politica ci sembrano almeno cinque:
La nostra Costituzione repubblicana, carta di principi e di valori da salvaguardare con fedeltà, non chiusi aprioristicamente a ogni eventuale possibilità di affinamento, ma lontani da quella frenesia inconsulta che ha portato a rivedere negli anni recenti il suo Titolo V, con una superficialità che testimonia, accanto a intenzioni illusorie, la inadeguatezza di una classe politica incapace di cogliere la grandezza dei padri costituenti e di custodirla migliorandola: anche attraverso una nuova fase costituente che, riteniamo necessaria per adeguare la sua seconda parte ai profondi cambiamenti intervenuti sul piani istituzionale europeo e nazionale.
Uno Stato snello e partecipato, efficiente sul piano nazionale, arricchito da autonomie territoriali in chiave di sussidiarietà e non di dissociazione pseudofederalista; garantito da un intercontrollo democratico senza retoriche di autonomismo fine a se stesso, spesso corrotto non meno di quanto esso stesso abbia rimproverato allo Stato centrale; e, quasi sempre, colpevolmente incapace di utilizzare persino le cospicue risorse economiche messe a sua disposizione dall’Europa.
La valorizzazione permanente e dinamica dell’immenso patrimonio culturale e ambientale affidatole dai padri e dalla Provvidenza: almeno la metà dei beni culturali di cui l’umanità dispone è incredibilmente concentrata nel nostro Paese, e questo solo fatto costituisce per noi "una missione nella missione" e quasi una vocazione profetica.
Una cura gelosa della culla in cui nascono e si formano le nuove generazioni, cioè la famiglia, attraverso la dedizione di uno Stato solerte nel favorirne solidità e serenità, soprattutto con gli strumenti propri della sua missione formativa, dell’attivo supporto alle generazioni che declinano, affinché tale fisiologico crepuscolo non diventi mai emarginazione né accantoni il tesoro della esperienza che si trasmette; uno Stato che sappia garantire la sicurezza di un lavoro dignitoso per tutte le persone che raggiungono l’età adulta e si apprestano ad assumere, della famiglia, la responsabilità più diretta.
Il governo sagace di una economia che ha oggettivamente potenzialità enormi, e che anche nella presente crisi conferma di possedere nella creatività dei singoli e nel tessuto della piccola e media impresa la sua linfa più vitale.
Con quali linee di orientamento pensiamo sia articolabile un simile progetto?
Non parlo volentieri di riforme, e non perché la cultura democristiana sia aliena dall’idea di farne o perché non ne abbia realizzate – le più coraggiose nella storia del nostro paese portano la firma della Democrazia Cristiana, a partire dalla grande riforma agraria di Antonio Segni poco dopo la nascita della repubblica – ma perché, a un certo punto della dialettica politica, il riformismo ha cominciato a vivere quasi fosse un fine in se stesso: ma né il riformismo né le riforme sono un fine; essi sono un mezzo, attraverso il quale la nostra quotidiana analisi della coerenza fra "progetto paese" e realizzazioni concrete viene verificata e coerentemente attuata; facciamo le riforme se servono e in quanto servono, ma non le adoriamo come idoli, e le sottoponiamo costantemente a verifica perché restino effettivamente al servizio dei valori che le ispirano.
Preferiamo parlare piuttosto di "gestione evolutiva" trasparente e condivisa, capace cioè di governare dinamicamente le esigenze di miglioramento permanente delle cose, senza rinviare ai tempi spesso deresponsabilizzanti di maturazione delle "riforme": queste, quando davvero occorrono, devono essere consapevoli, ponderate, impegnative di coerente attuazione, e non mito autoreferenziale.
Questo è il compito della politica disegnato dalla Costituzione italiana. E tale è, come la Costituzione lo regola, anche lo strumento dei partiti politici, mezzo privilegiato attraverso cui i cittadini partecipano al farsi del dibattito, alla determinazione delle scelte, alla formazione della classe dirigente, e insomma alla gestione del paese. Non temiamo, anzi decisamente vogliamo, un partito giuridicamente riconosciuto, persona giuridica e perciò sottoposto a controllo pubblico nella sua trasparenza di gestione.
In realtà i partiti politici operanti oggi hanno, via via, ignorato questo spirito costituzionale per accentuare invece elementi crescenti di chiusura oligarchica, ben poco democratica e partecipativa. Le ombre della corruzione e del clientelismo, quasi i partiti stessi e i loro uomini fossero appunto fini e non mezzi, hanno realizzato, da ultimo, quel nefasto distacco dei cittadini dalla politica che oggi enfatizza la sua gravità attraverso una legge elettorale che chiude del tutto i partiti dentro se stessi quali forme autoreferenziali di gestione del potere.
Con quale metodo pensiamo dunque di lavorare?
Innanzitutto con quello della partecipazione vera e diffusa. Pare espressione scontata e banale, questa della partecipazione, ma essa viene in realtà ogni giorno pronunciata e ogni giorno di nuovo tradita. Così come la partecipazione di tutti i cittadini consente di costruire una logica di armonizzazioni progressive nel cammino di crescita della società complessiva, analogamente la partecipazione di tutti i soci consente al partito di essere punto di traduzione affidabile della domanda e delle attese del paese.
I punti di partenza per noi sono certi: la Costituzione, la cittadinanza, la persona. Essi meritano di essere confermati ma anche approfonditi in tutta la loro portata potenziale: tanto più che nell’Italia del ventunesimo secolo ci sono i cittadini e c’è, con loro, anche un numero crescente di persone in attesa di cittadinanza. Persone provenienti dalle più diverse nazioni del mondo, o loro figli, che non costituiscono più casi isolati ma un fatto sociale ormai strutturale: anch’essi diventano parte della nostra comunità, lo diventano in senso oggettivo: chiedono spazio che non può essere loro negato se crediamo in una società di ispirazione cristiana. Il problema è di fare in modo che lo spazio sia equo e i diritti, come i doveri, reciproci. A questa condizione non si può negare l’ordinata e trasparente osmosi demografica, non solo perché essa caratterizza da sempre i processi di sviluppo di ogni società storica, ma perché la stessa grandezza della nostra civiltà italiana è germogliata e si è sviluppata dal multiforme, secolare apporto di tali risorse.

IV – IL FONDAMENTO DEL LAVORO, LA DIGNITA’ DELL’IMPRESA, LA SOLIDARIETA’ DELL’ECONOMIA
Subito dopo la cittadinanza, è il lavoro a costituire prioritario fondamento della repubblica. Tale lo definisce la carta costituzionale, e si riferisce al lavoro in tutte le sue forme, dipendente o autonomo o imprenditoriale che sia, manuale o intellettuale.
Non sono invece fondamento della repubblica la rendita, né l’attività speculativa. Siamo qui in un campo che, fin dal medioevo, la Chiesa ha chiarissimamente presente. La pura rendita e la pura speculazione sono un male, sono illecite moralmente, e per noi questo principio comporta conseguenze coerenti sul piano delle politiche attive, anche di redistribuzione reddituale e, ad esempio, di carico fiscale.
La ricchezza nazionale resta essenzialmente frutto del lavoro e il lavoro, diritto e dovere dell’uomo, è, per la Democrazia Cristiana, oggetto privilegiato di ogni politica economica. Per tale motivo un punto caratterizzante il nostro "progetto per l’Italia" non può non essere costituito dalla revisione dell’istituto del collocamento, che ci pare da trasformare in istituto dell’accompagnamento attivo nel lavoro.
Né vuol dire, questo, che il mercato del lavoro debba essere governato dal solo collocamento pubblico; tutt’altro: esso si accompagna liberamente al movimento spontaneo della domanda e della offerta che sul mercato si confrontano: il collocamento pubblico opera invece, attivamente, su richiesta dei singoli lavoratori che vogliano ricorrervi. Il fatto è che non c’è dignità della persona se non viene attuato per essa il diritto a un lavoro riconosciuto, remunerato e produttivo. Questo è il concetto, ed è l’obiettivo, da tenere sempre presente.
Vi è un ulteriore profilo di giustizia distributiva, e alla fine anche di efficienza economica, che non ci sembra più possibile trascurare. Una visione distorta del libero mercato, storicamente prevalente in tutto il mondo, riguarda la totale inesistenza di limiti alle più atroci disparità reddituali generate all’interno delle stesse imprese. Prevalgono anche in Italia, sia pure in dimensioni complessivamente meno abnormi, parametri esasperati fino all’iniquità, e assolutamente ingiustificabili da tutti i punti di vista, compresa una reale efficienza economica di lungo andare delle imprese medesime e del sistema.
Noi non assumeremo come nostro programma l’idea, che pure ci viene da uno dei massimi maestri di economia dell’impresa efficiente e a un tempo equa, e cioè Adriano Olivetti, laddove affermava che tra lui, massimo vertice della sua azienda, e l’ultimo dei suoi operai, il divario di reddito equo reputava essere da uno a cinque. Lo corresse quel gran liberale, non certo democristiano, che era Valletta, allora amministratore delegato della Fiat e grandissimo innovatore della vita aziendale, affermando a sua volta che troppo stretta gli sembrava tale forbice e proponeva per essa un raddoppio, cioè che fosse portata da uno a dieci.
Noi non assumeremo neanche questo parametro: ma se nel mondo assistiamo a rapporti inconcepibili, persino di uno a quattrocento e oltre, e in Italia non mancano forbici di uno a cinquanta e oltre, ci sentiamo in mezzo a una situazione alla lunga insostenibile, per la quale assumiamo un duplice chiaro riferimento: da un lato il principio che i parametri retributivi siano parte di una politica trasparente e perciò siano noti pubblicamente; dall’altro che venga, con gradualità ma con inizio immediato, stabilito un primo limite: ad esempio, che non possa essere superata la forbice di uno a venticinque.
Siamo certi che passo dopo passo, anno dopo anno, ci sarà tempo e soprattutto ci saranno condizioni di serenità per calibrare con il consenso sociale più ampio la misura equa, senza mai far pensare che puntiamo a logiche di egualitarismo puro e semplice. Sottolineo che anche questa è la Dottrina Sociale della Chiesa, prima di essere la linea programmatica della Democrazia Cristiana. Sottolineo che anche questo è il cammino che costruisce quella economia sociale e civile di mercato che, della suddetta dottrina, è parte centrale.
Sottolineo che stiamo parlando di reddito personale, non di reddito d’impresa, sul quale andranno invece considerate con intelligente accortezza le dimensioni legate alle esigenze di espansione e innovazione più proprie della impresa stessa, che del resto sono benedette per tutti: lavoratori ed azionisti, persone e comunità. In particolare attraverso una riduzione dell’attuale pressione tributaria per abbattere il cuneo fiscale e stimolare ricerca e investimenti.
La Democrazia Cristiana è comunque contraria, nello stesso tempo e per lo stesso spirito, anche a forme di garanzia del reddito che siano scisse da una corrispondente responsabilità di lavoro produttivo. Non cassa integrazione, dunque, e neanche gli istituti innovativi definiti in tal senso dalla recente "riforma Fornero", ma piuttosto lavori utili in logica sostanzialmente e modernamente keynesiana, intendendo per lavori utili gli investimenti in tutto ciò che possa essere bene comune effettivo.
Nulla dunque ha da vedere, tutto questo approccio, con forme di assistenzialismo, verso le quali nutriamo sostanziali dubbi tutte le volte che esse vogliano supplire a una politica di giusta reciprocità fra cittadino e comunità. La dignità del lavoro, espressione di una sostanziale parità nella cittadinanza responsabile, potrà in tal modo accompagnarsi anche con una sostanziale parità di condizione fiscale e previdenziale senza distinzioni fra categorie: come senza distinzioni ci pare debba essere, in linea di tendenza, il diritto ad accedere a tutto il campo del lavoro, compreso quello delle libere professioni, attraverso meccanismi semplificati e trasparenti rispetto a prassi ancora piuttosto chiuse e per alcuni aspetti vetuste.
Certo è comunque l’impresa che, per la consistenza oggettiva della sua dimensione produttrice di ricchezza complessiva, resta il soggetto centrale per la elaborazione di una attiva politica del lavoro. Inestimabile valore di una economia dinamica e progrediente, l’impresa deve essere, in questo senso, non solo protetta ma sostenuta e incentivata nel suo naturale impulso di sviluppo. Punto cardine di una tale politica ci sembra lo snellimento della burocrazia relativa alle autorizzazioni e ai controlli.
Se questo è il lato normativo-burocratico della vita d’impresa, sul versante economico ve n’è uno non meno pregnante: l’impresa si sostiene e cresce con il duplice strumento dell’autoinvestimento e del credito bancario, come è noto. Anche sulla politica creditizia finalizzata allo sviluppo d’impresa vi è un particolare elemento centrale nella cultura democratico-cristiana, che mentre non può, secondo noi, essere trascurato: è quello costituito dalla idea del risparmio collettivo (dei lavoratori ma anche degli utenti).
Come è evidente dalle riflessioni che stiamo dipanando, non possiamo nascondere il nostro interesse privilegiato per la diffusione di politiche favorevoli ai modelli di partecipazione dei lavoratori nell’impresa, conformemente alla costante tradizione, ancora una volta, della Dottrina Sociale della Chiesa, ma anche a tantissime esperienze consolidate nei paesi più avanzati d’Europa, e al dettato dell’articolo 46 della nostra Costituzione.
A tale riconoscimento del fattore lavoro fa riscontro il dovere ugualmente stringente del lavoratore, di adempiere con senso di responsabilità il proprio ruolo produttivo. Ed è evidente, in questo quadro, come anche l’esperienza sindacale costituisca un valore imprescindibile delle politiche del lavoro, quando naturalmente si tratti di sindacalismo libero e pluralistico, come quello realizzatosi tipicamente nella esperienza della Cisl italiana e ormai caratteristico di tutto il nostro sindacalismo confederale.
E’ questa dinamica che consente alla legge stessa di farsi carico con maggiore competenza di quella garanzia di reddito vitale di dignità per ogni cittadino e per ogni famiglia, che è da sempre nelle nostre aspirazioni. Non si tratta di una richiesta avulsa dalle condizioni concrete della ricchezza prodotta dal Paese: nessun paese può infatti distribuire più ricchezza di quella che produce. Si tratta invece di un’azione costantemente attenta a calibrare il triplice contestuale strumento della politica occupazionale, della forbice massima fra redditi di lavoro, della partecipazione dei lavoratori nell’impresa.
Vissuta con tale orizzonte, l’economia complessiva è veramente "amministrazione della casa comune" finalizzata al "bene comune": che del resto può assumere diversificate gerarchie in funzione della natura di ogni singolo bene e di ogni singola persona. Vi sono ad esempio dei beni la cui natura appare anche al buon senso come collettiva o pubblica e perciò dotata di una legittima aspettativa di fruizione sostanzialmente paritaria da parte dei cittadini: tali sono ad esempio l’acqua, l’ambiente, la sicurezza. Tali beni sono essenziali e primari per la qualità della vita e per essi la presenza della mano pubblica, sia essa quella dello Stato o quella degli enti intermedi, non può non essere diversa da quella riservata a tutti gli altri beni, lasciati all’autoregolazione semplice del mercato.
Questa parola, chiara e ferma, ci è doverosa per il ristabilimento di una visione che è stata resa ambigua e infine controproducente da una tendenza superficiale di questi lunghi venti anni e oltre, favorevole a una semplicistica linea di privatizzazioni, condotta con indiscriminatezza pari a quella che a suo tempo aveva presieduto agli eccessi opposti delle statalizzazioni, o regionalizzazioni, o municipalizzazioni.
Il concetto che dobbiamo piuttosto avere sempre presente è quello della distinzione chiara fra privatizzazione e liberalizzazione: quando si tratta di beni primari liberalizzare è tendenzialmente un bene, privatizzare è tendenzialmente un male. La liberalizzazione salvaguarda e stimola anche l’intervento privato, la semplice privatizzazione può tendere a generare monopoli a fini di lucro, tanto più negativi quanto più riguardino beni appunto essenziali e primari per la dignità della persona.

V - ISTITUZIONI: LO STATO SNELLO PER LA PARTECIPAZIONE SOCIALE
Nelle polemiche interminabili che hanno accompagnato questo tipo di dibattiti sull’assetto dell’economia nazionale negli anni a noi vicini, si è tornati anche a chiamare in causa, più latamente, una "pesantezza dello Stato" che non sarebbe in grado di gestire con efficacia altro ruolo che non sia quello di asettico controllore delle regole che pone, e in nulla o quasi nulla dovrebbe riguardarlo il merito della regolazione sociale.
Storicamente c’è stata, in effetti, in alcuni comparti del sistema economico italiano, una parte di pesantezza che non era ulteriormente tollerabile perché fonte di aggravio di costi e contemporaneamente di danno all’efficienza.
Oggi è però essenzialmente sul piano burocratico che il concetto di "Stato snello" compia passi coraggiosi. E’ infatti valutazione condivisa senza incertezze che il nostro apparato-Stato abbia raggiunto una dimensione elefantiaca fonte a un tempo di sprechi e di inefficienze in alcuni casi intollerabili.
La ragione profonda che presiede a queste considerazioni è semplicemente, ancora una volta, quella che concepisce lo Stato come la organizzazione con la missione di servire la persona e la comunità ai fini della loro crescente autorealizzazione (art. 2 della Costituzione). Ed è questa chiave interpretativa che illumina anche le politiche relative alle articolazioni intermedie non territoriali attraverso le quali si svolge la vita sociale. Per questo che la Dc tutela la costituzione e la partecipazione dei cittadini a forme associative e imprenditive nel campo del lavoro come nei campi della cultura, dei servizi, delle iniziative di cittadinanza, delle tutele dei diritti, e così via: con l’obiettivo di realizzare quel vivace reticolo di vita sociale che possa andare a coprire la più vasta area possibile della domanda di servizi avanzata dai cittadini in questi settori. È nella cultura personalistica e comunitaria, connaturata con la storia del nostro partito, l’incoraggiamento attivo di quel "terzo settore", che può costituire la grande "infrastruttura sociale" nella quale possono trovare risposta meno burocratica e più densa di motivazioni e calore umano le domande e i bisogni meno considerati e protetti dalle istituzioni.
Un approccio solidaristico che si esplicita anche in senso geopolitico, con l’Europa che resta un riferimento che ci aiuta a tenere largo ed aperto l’orizzonte, ed anche un forte laboratorio di buone pratiche. Un’Europa che oggi pone la necessità di un ritorno allo spirito dei suoi padri fondatori, affinché sia di nuovo, innanzitutto, un ideale di fraternità con l’economia che segue: questo pensavano infatti De Gasperi, Adenauer, Schumann, Monnet, Spaak e gli altri fondatori.
Un approccio globale e solidaristico l’Europa deve rivolgere anche verso il Mediterraneo. Il mare delle tre religioni monoteiste, civiltà antiche che, intersecandosi, e non ignorandosi, hanno dato al mondo gran parte della civiltà che oggi lo unisce. È presente in me la suggestione indimenticabile dei "Dialoghi dei Mediterraneo" nella Firenze, "nuova Gerusalemme", del Sindaco Santo, che chiamava il nostro mare Lago di Tiberiade.
Questo approccio globale e solidaristico va perseguito e testimoniato, infine, per la ricerca della pace e dell’unità di tutto il pianeta. Messaggio che da Isaia fino alla Pacem in Terris e alla Caritas in Veritate, il Popolo di Dio vive come il traguardo finale della settimana storica dell’uomo che segue la settimana biblica della Creazione.

VI – PASSATO, PRESENTE, FUTURO: IL POPOLARISMO CHE VIVE.
Le considerazioni svolte sollecitano la politica i partiti ad una tensione morale e culturale superiore a quella attuale, e che possa alimentare anche le loro modalità interne di organizzazione e di democrazia partecipativa.
Anche il problema del finanziamento dei partiti si pone ormai con evidente urgenza morale. Nacque nel cuore degli anni 1970 con l’obiettivo dichiarato di consentire ai partiti di "non essere costretti a farsi corrompere", come si disse allora. L’intenzione era buona ma l’esito non fu felice ed è venuto peggiorando nel tempo.
Non è forse saggio tornare al puro e semplice sistema di "nessun finanziamento"; lo dico chiaramente "non vogliamo i soldi dello Stato". Noi preferiamo un sistema che, escludendo qualsiasi esborso di denaro pubblico, assicuri una normativa semplice, trasparente e facilitata, attraverso la quale ogni cittadino possa liberamente partecipare al finanziamento del partito nel cui programma si riconosce. A tal riguardo mi sembra del tutto condivisibile la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dal professor Pellegrino Capaldo.
A fronte dei molti profeti che frettolosamente diagnosticano la fine del partito politico, a me sembra che esso rimanga lo strumento meno imperfetto, lì’unico ancora in grado di consentire l’esercizio della moderna democrazia rappresentativa.
Non va confuso il partito ideologico che guidava le masse della società industriale, con le nuove forme partito capaci di interpretare e dare rappresentanza alla società post-moderna nel mondo delle tecnologie informatiche fattosi uno.
Nessuno di noi pensa di rifare quella Democrazia Cristiana, quelle sezioni, quei comitati, quelle commissioni, quella pletora organizzativa.
La prima delle nostre scommesse è costruire un partito nuovo adeguato alla società del ventunesimo secolo.
Mi sembra che la evoluzione da mettere in campo abbia, tra le altre, le seguenti caratteristiche:

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- a. Un forte snellimento statutario, che infonda trasparenza ed efficacia all’esperienza associativa democratica dei soci, accorciando vertiginosamente la distanza tradizionale fra vertice e base.
- b. Una quota maggiore di "democrazia diretta", nel senso di un incremento di peso decisionale degli iscritti, anche attraverso l’utilizzo delle tecnologie telematiche nel determinare la scelta dei singoli dirigenti del partito a tutti i livelli.
- c. Una mediazione ricca fra il valore fondante della sovranità associativa e la necessità di un coinvolgimento più pregnante dei mondi esterni che si riconoscono nella visione e negli ideali democratico-cristiani. Più peso agli iscritti e più peso ai simpatizzanti, insomma.
d. Una grande rigorosità nell’applicazione della certezza giuridica interna, con una magistratura di garanzia a sua volta semplificata e velocizzata.
- e. Un’attività di formazione permanente per tutti i livelli del partito: siamo anzi, su questo tema, a buon punto nella formulazione preparatoria di ipotesi che tengono conto delle esperienze migliori maturate in questi venti anni nel mondo della formazione politica e sociale.
- f. Infine, una diffusione capillare, sul territorio, di una rete di Circoli Culturali di Iniziativa Politica: non come luoghi di tessere da contare, ma come luoghi di aperta elaborazione, di formazione, di competenze e proposte e impegno sui problemi del territorio.
- g. Riteniamo utile affiancare al partito una fondazione col compito di approfondita e elaborata ricerca sui temi programmatici e sulle strategie della missione del partito

CONCLUSIONI
Cari amici, questo è, oggi, il mio contributo che, attraverso il dibattito di questi due giorni e dei giorni che seguiranno, è aperto ad ogni positiva integrazione, correzione, arricchimento.
Noi siamo qui con il proposito di realizzare insieme il passaggio da una storia antica ricca di successi ma anche dolorosamente responsabile di errori, verso un futuro che deve essere altrettanto ricco di successi e meno esposto agli errori. Mi permetto di aggiungere che rappresento una generazione il cui compito precipuo è, oggi, quello di fornire buon esempio e buoni consigli, trasmettere esperienza sana e forte, per far avanzare sul proscenio delle responsabilità sociali, compresa la guida del partito, le generazioni nuove.
Non è questione di anagrafe: vecchi e giovani hanno dato in tempi e modi diversi esempi eroici ed esempi deleteri. E’ invece questione di anima e di effettiva pratica della democrazia interna. E’ questa che provvede all’immancabile ricambio fisiologico della classe dirigente. Una sola condizione occorre, che non sempre abbiamo onorato in passato: una democrazia interna che vorrei definire, fanciullescamente, semplice e rocciosa per la sua credibilità. Insieme all’impegno quotidiano della nostra formazione permanente.
Nessuno deve mai violare la santità delle urne nelle quali i nostri iscritti sono chiamati a scegliere in coscienza le persone cui affidare la guida del cammino. Con semplicità e sapienza. Non abbiamo bisogno di altro. Forse, in questo momento, il Paese non ha bisogno di altro."